E\’ una triste, tristissima storia quella che ha scoperto il quotidiano inglese Independent a Bunia, capoluogo dell\’Ituri: ragazze-madri 13enni, stuprate dai miliziani congolesi durante la guerra e ora costrette a prostituirsi ai soldati della MONUC (la missione ONU nel paese) per poter sopravvivere e dare da mangiare ai propri figli.
Le ragazze-madri sono una delle tante cicatrici che cinque anni di guerra hanno lasciato sulla popolazione congolese: durante gli attacchi dei vari gruppi ribelli che si contendevano (e si contendono ancora oggi) il controllo dell\’Ituri, la regione nord-orientale al confine con l\’Uganda saccheggi, stragi di civili e stupri sono purtroppo all\’ordine del giorno.
A questo triste destino non sfuggono neanche le bambine, spesso stuprate ripetutamente dai vari contingenti armati per più sere. Oltre al trauma psicologico che queste violenze continuate hanno sulle ragazze, bisogna aggiungere l\’altissimo rischio di malattie (AIDS in primis) e le gravidanze indesiderate che queste portano. Gravidanze che sono una vera condanna a morte per le ragazze, costrette ad abbandonare per la vergogna le proprie famiglie e senza neanche la prospettiva di potersi trovare un marito.
La storia si ripete per tutte le ragazzi-madre che vivono nel campo profughi di Bunia: scappate dai loro villaggi natali per sfuggire alle violenze e perché non più accettate dalla comunità, arrivano in città senza alcuna prospettiva, senza amici, senza la possibilità di trovare un lavoro, costrette a sopravvivere e a sfamare i propri bambini grazie agli aiuti internazionali, o ai \”regali\” dei soldati della MONUC.
Il contingente di Caschi Blu presente nella città rappresenta spesso per queste ragazze l\’unica àncora di salvezza: le ragazze attraversano di notte il recinto di filo spinato che separa la base dei Caschi Blu dal resto della città e vanno a passare la notte con i soldati, in cambio di qualche regalino, di una banana o una pagnotta con cui sfamare i propri piccoli.
Le ragazze, spesso poco più che bambine, non hanno riferito di episodi di violenza da parte dei soldati, che anzi sembra le trattino bene e rivolgano loro quel minimo di attenzioni di cui persone così disgraziate hanno bisogno per sopravvivere. Quello che più scandalizza non è il comportamento del contingente dell\’ONU, ma la condizione in cui sono costrette a vivere queste ragazze, la cui unica prospettiva sembra essere quella di prostituirsi per continuare una vita al limite della sopravvivenza.
Com\’era prevedibile, ulteriori indagini del quotidiano inglese hanno dimostrato che tutti a Bunia erano al corrente di questo traffico sessuale ma tacevano: alcuni per paura di perdere il posto di lavoro, altri per non avere grane con la MONUC, altri ancora perché vedono in questa attività l\’unica possibilità di sopravvivenza per le ragazze.
Le reazioni al Comando Generale della MONUC sono state anch\’esse prevedibilissime: i vertici militari hanno promesso indagini accurate e pene severe per i responsabili, ma già in passato i Caschi Blu erano stati accusati di sfruttamento della prostituzione senza che alcuna minura punitiva fosse stata messa in atto. Difficile che le cose stavolta cambino, molto probabilmente anche questa inchiesta verrà insabbiata perché portarla avanti non fa comodo a nessuno.
Ma è proprio l\’approccio punitivo ad essere sbagliato: le sanzioni contro i soldati colpevoli sono giuste e doverose, ma il rischio è che l\’ONU e l\’Occidente si limito ad un lavoro di pulizia superficiale e ipocrita. Più di punire i soldati responsabili, la comunità internazionale dovrebbe prendere a cuore il problema di queste ragazze perdute, che a 13 anni sembrano avere esaurito qualsiasi prospettiva di una vita decente.
L\’obiettivo primario, quindi, è quello di istituire programmi di recupero e di reinserimento nella società per le ragazze-madri. Punire solamente i Caschi Blu curerebbe i sintomi, non la radice del male, perché le ragazze continuerebbero a languire nella fame e nel disprezzo della società assieme ai loro figli.
Ma qui, purtroppo, arrivano altre note dolenti: per istituire programmi di recupero per i civili servono soldi, istituzioni pronte a collaborare e un minimo di sicurezza territoriale. Tutte cose che in Ituri al momento mancano. Il governo congolese non ha ancora la forza per occuparsi di problemi del genere, le istituzioni sono ancora troppo giovani e non ancora collaudate.
Stesso discorso per quanto riguarda l\’esercito congolese e i Caschi Blu della MONUC, che non riescono a controllare efficacemente il territorio e sono vittime dei continui attacchi dei gruppi ribelli (l\’ultimo scontro in Ituri si è avuto ieri, nei pressi di Bunia, con un breve scambio di colpi tra uomini della MONUC e miliziani non identificati).
Anche il problema dei soldi è di difficile soluzione: i fondi per programmi del genere potrebbero venire solamente da donatori privati o dalla comunità internazionale, non certo dalle dissanguate casse dell\’amministrazione congolese o da quelle della MONUC.
Mancano insomma le condizioni-base per attuare programmi mirati al sostegno della popolazione, e tutto ciò non fa altro che prolungare le sofferenze dei civili. A dimostrazione che far scoppiare una guerra è molto più facile che curare le ferite da essa inferte.
Testo di Matteo Fagotto
Tratto da: www.warnews.it

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